NELLA RICORRENZA DEL 25 APRILE
FESTA DELLA LIBERAZIONE
CATENA DI SALVEZZA
di Carla Liliana Martini
IL VIAGGIO DELLA SPERANZA CHE PASSAVA DA OGGIONO
Ricerca e racconto a più voci di una storia della RESISTENZA
“Catena di salvezza” è il titolo di un libro, scritto da
una donna, Carla Liliana Martini, deportata a Mauthausen perché, dopo l’8
settembre 1943, con le sorelle accompagnava personalmente prigionieri di guerra
alleati, ebrei e renitenti alla leva in fuga verso la
Svizzera.
Liliana scrive: “Il percorso programmato è
Padova-Milano, dove si cambia il treno e linea, per proseguire sino a Oggiono,
poi sul lago di Como, dove le persone vengono affidate a contrabbandieri
precedentemente avvisati e profumatamente pagati…”.
E’ stata questa la molla che mi ha spinto (supportato
dagli amici dell’associazione Università del Monte di Brianza) a ricercare e
ricostruire la storia che racconteremo giovedì sera. E’ un pezzo della Storia
(quella con la esse maiuscola), che in qualche modo ci vide coinvolti,
consapevolmente o inconsapevolmente, perché da Oggiono passava la via di fuga,
il viaggio della speranza e quindi della vita, di centinaia di persone dalla
fine del 1943 alla fine della guerra.
L'iniziativa nasce in collaborazione con la Biblioteca Civica "Franco Pirola" di Oggiono e l'Associazione Università del monte di Brianza.

La STORIA
Sembra che tutto sia stato scritto.
Sei convinto di sapere tutto, poi d’improvviso ti imbatti in tre righe di un
libro che per caso ti passa per le mani. Ho iniziato così una ricerca su una
storia dimenticata o semplicemente non conosciuta.
Credo sia importante farla conoscere.
In qualche modo ci vide coinvolti, consapevolmente o inconsapevolmente, perché
da Oggiono passò la via di fuga, il viaggio della speranza e quindi di vita,
verso la Svizzera,
di molte persone, dall’inverno del 1943 alla fine della guerra.
La storia parte da Vicenza,
esattamente da un articolo del Giornale di Vicenza di una decina di anni fa. E’
la testimonianza di una signora, Carla Liliana Martini, sopravvissuta a Mauthausen.
La fame, il freddo, le percosse, le
umiliazioni... No, non è stato facile. Ma rifarei ogni cosa. Perché ho scoperto
cosa vuol dire solidarietà e, nonostante tutto, non ho ancora perso la fiducia
negli uomini». Il messaggio di Liliana Martini, ex "schiava" di
Mauthausen col n° 18974, è di quelli che lasciano speranza. Eppure viene da una
persona scampata ad un luogo privo di speranza: dall’inferno dei Lager, dove
morirono 40 mila deportati italiani, lei è tornata.…
«Ricordo la gioia del 25 luglio (1943) per le strade di
Padova: poco dopo le campagne brulicavano di ex prigionieri alleati fuggiti
dalla detenzione. Un’amica di mia sorella Teresa, che lavorava in Prefettura,
ci informò di quanto i contadini facevano per loro, nascondendoli. Tutta la famiglia
entrò nella rete di aiuto, gestita dalla parrocchia: cominciammo ad accogliere
ex prigionieri, poi renitenti alla leva, poi anche ebrei. Il salto di qualità
fu con i contatti presi da mia sorella Lidia con un ufficiale che teneva i
collegamenti con la Svizzera,
Armando Romani, sovvenzionato dagli americani, e poi con padre Placido
Cortese...».
Padre Cortese, direttore del “Messaggero di S. Antonio”, era
tra i principali organizzatori. Veniva dall’isola di Cherso, tanto che presto
si cominciò ad aiutare anche i croati prima prigionieri a Chiesanuova. Molti
erano ebrei. Il problema stava nei documenti d’identità: padre Placido riuscì
ad avere carte e timbri, per le foto si staccavano gli ex-voto dalla basilica
del Santo. Noi davamo loro alloggio, soldi, vestiti: la nostra casa era un
continuo via-vai, mascherato dall’agenzia di assicurazioni dei miei fratelli,
che avevamo portato fra le mura domestiche. Il viaggio della speranza era
Padova-Milano-Oggiono-confine svizzero..
Che strano. Un giornale veneto che parla di Oggiono.
Sarà vera la storia di questa signora Martini? Poi perché arrivavano a Oggiono,
in fondo non siamo così vicini alla Svizzera? Chi c’era qui ad accogliere
queste persone? Erano molte le domande che mi ponevo. Occorreva approfondire.
Nel libro
"CATENA DI SALVEZZA"
(ed. Messaggero di Padova) Carla Liliana Martini scrive:
“A
Padova prende forma la catena di salvezza di cui noi sorelle (Teresa, Lidia,
Renata, Liliana) siamo dei semplici anelli. Il percorso programmato è
Padova-Milano, dove si cambia treno e linea, per proseguire sino a Oggiono, poi
sul lago di Como, dove i perseguitati vengono affidati a contrabbandieri
precedentemente avvisati e profumatamente pagati. Costoro faranno attraversare
il confine italo-svizzero, verso la salvezza.”
Attraverso la lettura del libro, telefonate, mail, altri libri, internet,
sono riuscito a ricostruire tutta l’organizzazione. Praticamente, dopo l’8
settembre 1943 (annuncio dell’Armistizio) e con la nascita della Repubblica di
Salò, l’Italia si trova divisa in due. Il Re con la sua corte fugge al Sud,
mentre l’Italia del Nord viene occupata militarmente dall’esercito tedesco. I
nostri soldati, privi di direttive rimangono in balia del nemico tedesco di cui
erano alleati il giorno prima. Molti abbandonano la divisa dandosi alla fuga,
altri si danno alla macchia unendosi alle prime formazioni partigiane, altri
vengono arrestati e spediti in Germania. In Italia ci sono circa 400 campi di
concentramento o di detenzione per prigionieri di guerra: soldati britannici,
russi, americani. Questi prigionieri erano adibiti perlopiù come forza lavoro
in agricoltura. Anche loro scappano cercando rifugio soprattutto dai contadini
che conoscevano, presso civili o nelle chiese. Quando i tedeschi si
riorganizzano, diventa troppo pericoloso nasconderli. Occorre organizzare loro
una via di fuga.
A Padova si forma un movimento di resistenza cittadino che
si chiama FRA-MA dalle prime lettere dei nomi dei suoi due capi, due docenti
universitari: Ezio Franceschini, cattolico e Concetto Marchesi, comunista.
Assieme a loro operano una schiera di collaboratori fedelissimi delle più
disparate condizioni sociali, politiche, religiose: frati e operai, parroci e
casalinghe, commercianti e bibliotecarie.
Sono loro che si occupano dell’espatrio clandestino,
dapprima dei prigionieri di guerra, poi ebrei e renitenti alla leva.
Una figura importante è rappresentata da Padre Placido
Cortese. Dalla Basilica del Santo (S. Antonio), coordina e organizza i viaggi.
E’ il perno dell’organizzazione. Lui procura i documenti, i timbri falsi. Le
foto vengono prese dagli ex voto della basilica. E’ lui che gestisce i soldi
che arrivano, parte dal Vaticano, parte dal Console britannico a Lugano. A
ottobre del 1944, viene arrestato e a novembre viene ucciso negli uffici della
Gestapo di piazza Oberdan a Trieste. Ha solo 38 anni. Per lui è in corso la causa di beatificazione.
Padre Cortese è un anello della catena.
Sono anelli anche le sorelle Martini e altre donne, che
accompagnavano personalmente in treno fino a Oggiono queste persone. La
partecipazione diretta delle donne è fondamentale. I viaggi sono rischiosi. La
maggior parte delle persone accompagnate non parla italiano e non sa nemmeno
dove sia Milano, Figurarsi Oggiono. Liliana allora aveva 18 anni. A marzo del
1944 viene arrestata e deportata a Mauthausen. Tutte le sorelle vengono
arrestate tranne Lidia perché quel giorno è a Oggiono con 2 ebrei. Lidia,
avvertita, viene nascosta per 2 mesi in una casa di Annone Brianza. Verrà
arrestata in seguito e rinchiusa nel lager di Bolzano.
Perché Oggiono.
Il CNLAI di Milano individua dei corridoi di fuga verso la Svizzera. Uno è
quello della Val d’Ossola. Il più importante è quello della Brianza, affidato
al comando di Guido Brugger di Malgrate (morto a Gusen il 26 novembre 1944). Lo
aiutano, Giancarlo Bertieri Bonfanti di Annone Brianza (ha una radio
trasmittente “Brianza Libera” che trasmette da Oggiono) e più nell’ombra ma non
memo importanti, l’Avv. Col. Davide Luigi Grassi di Oggiono (Grassi sarà il primo
Questore di Como dopo la Liberazione)
e il Prevosto Carlo Gottifredi. Anche loro son anelli della catena di salvezza.
Como e Varese sono troppo sorvegliati. Si decide quindi di
utilizzare i sentieri usati dai contrabbandieri e i contrabbandieri stessi, che
diventano “passatori”. La gente arrivava a piccoli gruppi utilizzando il treno.
Scendevano alle stazioni di Merone, Rogeno, Molteno e Oggiono (testimonianza
Martini). A piedi o su carretti, raggiungevano alcuni cascinali (cascina Brugné
di Bosisio Parini, la vecchia filanda di Cesana) dove rimanevano nascosti in
attesa dei contrabbandieri. Da lì, con i contrabbandieri di Cesana e Suello, salivano
al Segrino, Sormano, Poi giù ai Piani del Tivano fino a Nesso sul Lago di Como.
Attraversavano in barca. Dopo il Bisbino c’era la Svizzera. Altrimenti
raggiungevano Caslino d’Erba, Faggeto, il lago.
La catena si spezza alla fine del 1944. Le sorelle Martini vengono arrestate
a marzo, altri i mesi successivi. Guido Brugger a maggio, Padre Cortese a
ottobre. Anche Grassi conoscerà il carcere. Molti sono passati da lagher tristemente
famosi, alcuni sono ritornati, altri hanno perso la vita.
Grazie a loro, si sono salvate centinaia di persone.
Ho sentito telefonicamente la signora Carla Liliana Martini. E’ una delle poche
sopravvissute. Abita a Zanè (Vicenza). Oggi ha 87 anni, ne aveva 18 quando
faceva i viaggi. Deportata a Mauthausen per questo. Quanto gli piacerebbe
tornare a Oggiono. Mi ha chiesto se c’è ancora la stazione. Le ho chiesto di
venire ma mi ha detto che la sua salute non le permette di fare viaggi lunghi.
Allora le ho promesso di incontrarla a casa sua. Faremo il viaggio della
speranza al contrario.
Corti Giandomenico