L'Appiani, la polenta e ul Feròn de Ugiònn

 
L’Appiani, la polenta e ul Feròn de Ugiònn
Non è una provocazione parlare d’arte in un contesto di fiera paesana come ul Feròn de Ugiònn. Perché questa fiera, che ormai compie la bellezza di 403 anni, racchiude in sé la storicità e la tradizione di un paese, certamente la sua cultura secolare. E non mi riferisco solo al fatto di aver dato i natali a Giovan Marco D’Oggiono, di Leonardo allievo, di aver fatto parlar di sé il grande Stendhal nel suo “Viaggio in Brianza”, ma anche per il mecenatismo e la lungimiranza, oserei dire perché dotati di una sensibilità artistica rara, dei nostri nonni, nati sì contadini, ma pronti ad abbellire la loro chiesa e il loro paese di opere di grandi artisti, certamente i migliori del loro tempo.
Sarebbe stato un peccato grave non legare la fiera che porta tanta gente in città, anche da fuori, con uno di questi artisti. Giusto per farlo conoscere: il pittore Andrea Appiani, natali brianzoli, celebrato dai contemporanei, amato da Napoleone Bonaparte che lo nominò “premier peintre” di corte, nonché commissario direttore della neonata Pinacoteca di Brera. Un curriculum di tutto rispetto che lo annovera fra i testimoni artistici del periodo compreso fra l’Illuminismo e le vicende napoleoniche, insomma uno dei massimi esponenti del Neoclassicismo lombardo e italiano.
Per chi si chiederà perché proprio questo pittore, rispondiamo che banalmente il chiamarsi Andrea in una fiera che si definisce di Sant’Andrea avrebbe la sua importanza, ma soprattutto per due motivi che banali non lo sono affatto.
Il primo perché quest’anno ricorre il bicentenario della morte, avvenuta il mese di novembre 1817. Non disquisisco sulla data precisa che rimane un mistero, poiché il nostro artista lasciò la lacrimata terra, come riportato nel libro degli atti di morte della parrocchia S. Maria della Passione di Milano il giorno 8 novembre 1817, mentre la lapide che ornava la tomba nel famedio di Porta Orientale citava il 6 novembre 1817.  Beh, giorno più, giorno meno.
Ma a noi interessa il secondo motivo, ben più importante perché riguarda lo “Sposalizio”.  Oggiono possiede infatti una delle opere a soggetto sacro più importanti di Andrea Appiani del periodo antecedente la venuta di Napoleone Bonaparte. L’affresco si trova nella Prepositurale di Sant’Eufemia. Esattamente nella prima cappella a destra dell’ingresso principale. Il titolo è “Lo sposalizio della Vergine”. Opera firmata Andreas fecit anno 1790.
 Otto figure compongono lo Sposalizio di Maria Vergine dipinto a fresco dall’Appiani nella sua Cappella d’Oggiono posta nella chiesa maggiore a destra entrando: 2 figure a destra di Giuseppe il Sacerdote la Vergine, e 3 figure dopo Lei magistralmente disposti e d’intera figura…(Reina)
L’opera da poco restaurata, con la committenza dell’Associazione Università del Monte di Brianza è magnifica e merita di essere vista. Durante i giorni di fiera i ragazzi dell’Istituto Bachelet di Oggiono faranno da guida per le visite allo “Sposalizio”nella chiesa Prepositurale.
Ma la fiera è anche cibo, occasione per ritrovarsi, magari sotto il tendone giallo della Pro Loco di Oggiono, per gustare i piatti tipici della Brianza, quest’anno arricchiti dalla “Polenta dell’Appiani” o se preferite “di Andrea”. E allora, perché no. Unire la cultura al cibo. Una capatina culturale a vedere l’affresco dell’Appiani o il Polittico di Marco D’Oggiono e poi sedersi davanti ad uno squisito piatto di polenta con… vi lascio nel mistero. Gli ingredienti li scoprirete mangiando.
Ah, dimenticavo. È doveroso ricordare che la produzione artistica di Andrea Appiani è sempre stata dedita ad opere di soggetto mitologico o storico ed alla ritrattistica. Infatti, solo in età giovanile si concentrano le opere destinate ai luoghi di culto, poiché l’artista considerava le committenze ecclesiastiche mere occasioni di lavoro. Quando si è giovani, bisogna farsi un nome, riempire il curriculum di competenze e qualifiche, anche a costo di essere pagati poco o nulla. Tesi ancor oggi veritiera Passano i secoli, ma la storia non cambia! “Pei dipinti d’Arona non ebbe nulla: e soleva dire a’ suoi scolari, che bisogna dipingere il fresco quando lo dava l’occasione per cominciare ad imparare la pratica, com’egli aveva fatto”(Reina)
E io aggiungo. Pare che lo Sposalizio della Vergine fu commissionato dalla famiglia Appiani del ramo oggionese per la Cappella di famiglia. Non esistono infatti documenti di pagamento del lavoro. Ci piace pensare che Andrea sia stato pagato con una… fumante fetta di polenta, magari con la “luganiga”. Buon appetito a tutti.

Leonardo e il paesaggio lariano

Leonardo e il paesaggio lariano. A Mandello serata in ricordo di Luigi Conato
(C.Bott.) Ha vissuto per lunghi anni nella terra lariana, frequentando assiduamente il massiccio delle Grigne e il Resegone. Attento osservatore e appassionato frequentatore proprio dei sentieri montani, nei primi anni Settanta realizzò l’Antologia alpinistica mandellese per conto del Cai Grigne e successivamente pubblicò Storie di alpini e artiglieri della nostra terra e altri volumi ancora.
A lui principalmente si deve il Soccorso degli alpini, costituito nel 1979 e in seguito divenuto un riferimento prezioso quanto irrinunciabile per il territorio dei comuni di Mandello, Abbadia Lariana e Lierna.
Per un trentennio Luigi Conato, scomparso nel novembre 2015, dedicò parte del suo tempo libero alla ricerca di tutto quanto ha riguardato la presenza di Leonardo da Vinci in terra lombarda. E lecchese in particolare. Il suo intento era infatti quello di dimostrare quanto questo stupendo territorio abbia influenzato il Grande genio e la sua opera e abbia ispirato al grande artista gli sfondi di alcuni tra i suoi più celebri dipinti quali la Gioconda, la Vergine delle rocce, Sant’Anna e altri.
Il suo imponente lavoro di ricerca si tradusse nel 2003 nella pubblicazione del libro Leonardo da Vinci nella Valle dell’Adda fra certezze, ipotesi, suggestioni.
Sul finire degli anni Ottanta Luigi Conato aveva già dato alle stampe, per la Casa editrice Sardini di Bornato in Franciacorta, un altro elegante volume dedicato a Leonardo e a una sua ricerca condotta nel territorio milanese, in Brianza e nel Lecchese, con particolare riferimento alla Valsassina e ai gruppi montuosi del Resegone e delle Grigne, dal titolo Leonardo e il paesaggio lombardo.
Nella prefazione lo storico e scrittore esinese Pietro Pensa spiegava che “il libro non è da assommarsi ai tanti più o meno interessanti studi che si pubblicano nelle ricorrenze centenarie, ma va posto in evidenza per la sua singolarità atta a far conoscere l’aspetto più genuino della personalità di Leonardo”.
“Questo è un libro - scriveva sempre Pensa - che, se appare prezioso a chi, come me, cerca ogni segno del passato per illustrare la terra del Lario e riportarla a quella notorietà che aveva nell’Ottocento del turismo inglese, un grande ruolo potrà avere anche per gli studiosi di Leonardo da Vinci”.
E Luigi Conato nell’introduzione del volume affermava: “Prima ancora che di una passione, pur viva, per l’arte di Leonardo, questo lavoro è frutto di un amore profondo per la terra lombarda e per Lecco in particolare. Per questo motivo ho il vivo desiderio che chi sfoglierà questo libro abbia a farlo con l’animo disposto alla critica, purché sia fondata sulla conoscenza di questi nostri luoghi ove occorre aver vissuto tutte le ore del giorno per apprezzare ogni dettaglio della loro mirabile composizione”.
Proprio Leonardo e il paesaggio lariano saranno il filo conduttore dell’incontro che si terrà martedì 24 ottobre alle ore 21 presso la sala conferenze del Soccorso degli alpini di Mandello. Una serata in ricordo di Luigi Conato a cura del nipote Stefano Morganti.
L’iniziativa è dell’Archivio comunale della memoria locale in collaborazione con lo stesso Soccorso degli alpini e con il patrocinio del Comune.

Le 4 mostre di VITALI a Milano



Successo di pubblico alle quattro mostre di Giancarlo Vitali

di Gianfranco Colombo - Poco meno di 40mila visitatori. Questo è il numero straordinario delle persone che hanno visitato le quattro mostre di Giancarlo Vitali; un happening artistico che ha praticamente “occupato” il centro nobile di Milano la scorsa estate. L’evento espositivo, curato da Velasco Vitali, figlio di Giancarlo e artista egli stesso, ha “occupato” quattro sedi espositive: Palazzo Reale, Castello Sforzesco, Museo di Storia Naturale, Casa del Manzoni.
Una sorta di itinerario dell’arte che ha coinvolto una marea di gente. Un successo confermatoci dall’assessore alla cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno: «Giancarlo Vitali, in meno di tre mesi, ha saputo conquistare un pubblico ampio e trasversale, attento alla qualità artistica delle esposizioni piuttosto che attratto dalla notorietà dei nomi proposti. Una conferma per alcuni e una scoperta per altri, e comunque una sorpresa per il pubblico milanese che ha avuto così modo di scoprire un universo artistico ricchissimo, formatosi in 88 anni di vita e di esperienza e finalmente rappresentato per epigoni in questa mostra di grande successo, anche per la critica più severa. La mostra ha sancito definitivamente il grande valore d'artista di Giancarlo Vitali». Non ci sarebbe altro da aggiungere se non esprimere la nostra soddisfazione di vedere confermata e riconosciuta, anche fuori dai nostri confini, la classe di un grande artista. Perfino lui, il Giancarlo Vitali che non esce mai di casa e che è sin troppo severo nei suoi confronti, questa volta sembra contento.
La mostra è andato a vederla ed anche lui ha dovuto riconoscerne la bellezza. Certo, senza esagerare come nel suo integerrimo stile. «Ho fatto i complimenti ai miei figli Velasco e Sara – ci ha detto – hanno fatto un ottimo lavoro. Grazie all’allestimento di Palazzo Reale mi sono piaciuti persino i miei quadri». Un commento che è una benedizione. Del resto queste mostre hanno lasciato il segno. E preferiamo citare le parole di Stefano Crespi, giusto per non essere accusati di partigianeria, noi che guardiamo lo stesso lago: «Se fosse nato solo qualche chilometro più a nord, giusto oltre il confine svizzero che da Bellano dista poco, la fama lo precederebbe e anche le quotazioni nelle aste avrebbero esiti diversi. Sarebbe David Hockney o Lopez Garda, e non semplicemente Giancarlo Vitali, classe 1929, il più importante pittore italiano vivente. Provinciali all’eccesso, nell’adesione alla modernità, abbiamo buttato via un secolo di grande arte nel nome delle mode e dell’ideologia. Basterebbe recarsi a Palazzo Reale a Milano, dove si confrontano fianco a fianco il campione del concettualismo, Vincenzo Agnetti (1926-1981), e appunto, in una esposizione epocale, il suo quasi coetaneo Giancarlo Vitali per comprendere chi dei due è più contemporaneo, come appaiono spesso fané le trovate del primo rispetto alla solida pittura del secondo». Non male direi e credo che queste considerazioni le abbiano fatte in tanti. Del resto, le quattro mostre milanesi erano una scoperta nella scoperta, una specie di festa della pittura, a cui si è aggiunto anche un grande regista come Peter Greenaway. Alla Casa del Manzoni ha messo in scena uno spettacolo ricco di suggestioni, difficile da dimenticare. Dopo Tommaso Grossi, un altro bellanese ha abitato la casa di don Lisander e se ne sono accorti tutti perché la “sacra” dimora dell’autore dei Promessi sposi è stata letteralmente rivoluzionata. 
Ed a proposito di rivoluzioni la portata di queste mostre l’aveva ben capita Velasco, il figlio che si è trovato a metter mano all’opera paterna, immergendosi dentro la vita del genitore: «L’esistenza di tuo padre spesso la dai per scontata, ma guardandoci dentro, in questo caso attraverso le sue opere, capisci che è tutto diverso». Velasco ha sottolineato sin da subito l’importanza di opere che danno alla periferia dell’ispirazione un valore universale: « Da questo itinerario emerge l’importanza della “localizzazione” per Giancarlo Vitali. Appare evidente come per lui essere un pittore “locale” non sia una diminuzione ma al contrario un valore linguistico forte. Dalle quattro mostre si capisce chiaramente che lui resiste alle sue radici perché le ritiene fondamentali. Le quattro mostre sono un’antologica strutturata con un inizio ed una fine che non ha cedimenti». Queste parole, pronunciate prima dell’inaugurazione, hanno trovato conferma negli occhi e nei sentimenti di chi le ha visitate. Giancarlo Vitali parla a tutti perché la sua pittura sa sorprenderci.